OGNI SERA

Ti conosco.
Mi conosci.
Conosci il mio odore e mi vieni a cercare ogni sera.

Io cerco di sfuggirti, ma tu mi trovi sempre.
Provo a fuorviarti, ma non ci riesco.
Tu mi senti anche da lontano: hai un istinto animale.

Sei agghindata in nero. A volte invece leopardata.
Altre volte chiara, diafana, fintamente tenera.
In qualsiasi modo, è inevitabile: sei femmina.

Mi provochi, mi giri intorno poi scappi.
Mi lasci i segni, non mi dai scampo.
Vuoi che ti insulti. Ti eccita.
Ti dico cose orribili. Ti chiamo troia.

E poi… lo facciamo.
Cominci sempre tu, ti piace così.
Io ti lascio fare, perché sei delicatissima.
Quasi non me ne accorgo.

Ma poi reagisco, da maschio.
Mi implori quasi: “Colpiscimi, fammi male!
Fammi sentire che sei tu il padrone!”
E io lo faccio. Una, due, tante volte.

L’estasi finale.
Hai goduto, e adesso sei lì, esanime.
Appoggiata al mio braccio.
Spalancata e sanguini.
E’ quello che volevi.

Baldracca di una zanzara…

CRISTINA DONA’ – OGNI SERA

GUARDARSI LE SCARPE, GUARDARE IL MURO

Guardarsi le scarpe, guardare il muro.
Attivare compulsivamente il cellulare.
Cambiare sedia.

Vedere la bacheca, senza leggere.
Cercare una penna da prestare.
Accendere l’ebook-reader.
Scorrere i titoli, poi riporlo dov’era.
Cuffie nelle orecchie.
Poche tacche, poca carica.
Nessuna email. Nessun messaggio.
Lenti a contatto appannate.
Alzarsi, camminare e trascinare i piedi.
Uscire per una sigaretta, e spegnerla quasi subito.
Passeggiare con le mani in tasca.
Soffiarsi il naso, e guardare nel fazzoletto.

Controllare le chiavi in tasca.
Controllare le tessere nel portafogli.
Caffè alla macchinetta, senza zucchero. Fa schifo.
Cesso col piede sulla porta, perché non sta chiusa.
Lo smartwatch che dice “Muoviti”.
Constatare che sono tutti malvestiti. Anche voi.
Stendere le gambe.
Fare stretching da seduti.
Notare quanto è deteriorato il linoleum.
Contare le mattonelle.
Farsi i cazzi degli altri, vostro malgrado.
Lasciarsi abbagliare dal neon.

Guardarsi le scarpe, guardare il muro.
Attivare compulsivamente il cellulare.
Cambiare sedia.

DIAFRAMMA – MARTA

PSICOSGOMBERI

Svuoto cantine mentali.
Porto via ricordi ingombranti,
gli amori sdruciti e quelli traditi,
le macerie cerebrali,
le vostre sciocchezze importanti,
i vostri limitati infiniti.

Sono come gli abiti dismessi:
voi non avete idea di quanta gente
dopo che li ho ripuliti debitamente
i sentimenti usati se li indossi.
Sì, c’è crisi, prendi quel che trovi:
c’è chi non può permetterseli nuovi.

C’è un ecocentro dedicato allo scopo.
La merce appena entrata già subito esce.
I sensi di colpa, poi, vanno parecchio:
c’è chi li butta via ma torna dopo
a ricomprarseli altrimenti non riesce
a guardarsi nuovamente nello specchio.

So bene cosa faccio, che credete:
il mio è un mestiere discutibile
ma la mia funzione sociale è indispensabile.
Tutto quello che voi più non volete
lo porto via io a poco prezzo.
Quello che a voi fa schifo io lo apprezzo.

Costo meno di uno psicologo
e non rompo i coglioni come i preti.
Alla fine mi direte che vi piace
perché tanto il risultato è analogo:
vi rifilo un paio di amuleti,
vi guarisco e vi assolvo, e andate in pace.

LOU REED – ECSTASY

L’INTERVENTO

Mi sono sottoposto ad un intervento.
Niente di straordinario, perché sarà capitato un po’ a tutti. Però questo succede a me, e quindi…
Ho rinviato finché ho potuto. Ad un certo momento però ho dovuto decidermi, perché non potevo più tirare avanti così.
Non è l’unico intervento a cui dovrei sottopormi, detenendo patologie consimili. Questo era il più urgente. Di certo quello che mi faceva più male.
E’ un’operazione di chirurgia sentimentale.

Non serve prescrizione, se non quella fatta da me medesimo, né degenza, né struttura sanitaria.
L’intervento non ha equipe. L’equipe sono io.
Non c’è anestesia: è opportuno essere ben coscienti, è un passaggio che è insieme soluzione e cura. Non rendersene conto allora farebbe diventare tutto inutile.
Non ha neanche ferri e attrezzatura, ché bastano le mani, anzi, è bene toccare direttamente.
Ed è indispensabile essere da soli.

Disteso sul letto, la mano affonda più o meno dove finisce il cuore e comincia lo stomaco, appoggiandosi ai polmoni. E’ lì infatti che si tende a percepire la sensazione di peso e oppressione, anche se poi non è quello il posto giusto, in realtà non c’è il posto giusto perché il malessere sta ovunque.

Sembra un’operazione cruenta, viene da immaginarsi divaricatori, cannule, sonde, e sangue ovunque. Invece è tutto molto silenzioso, pulito, candido quasi.
Si procede con estrema calma, a tentoni, senza poter vedere. Si va al tatto. Ad un certo punto lo si sente pulsare, e ci si accorge che è lì. Delicatamente allora lo si afferra, saldamente e senza tremare perché potrebbe sfuggirci.

E’ qui che non bisogna avere esitazioni. E’ il momento più complicato: va tolto con un movimento secco e unico, e allontanato da sé.
Adesso l’errore capitale che non bisogna fare è guardarlo. No, non si deve, ci va il pelo sullo stomaco per non farlo. Ma nessuno, quasi, resiste alla tentazione. Certo non io.
Anche perché è bellissimo.
Il pericolo è che ci si lasci portare via da quello che è. Dal ricordo delle sensazioni. Dall’impossibilità di lasciarlo andare.
Se capita, sei fottuto: conosco gente che lo ha diligentemente rimesso al suo posto e lì lo ha lasciato.

Non si butta via, ovviamente. Sarebbe disumano, anche se per rabbia qualcuno tende a pensarlo prima di effettuare l’intervento. Ma va messo in un posto sicuro, meglio ben nascosto, abbastanza irraggiungibile da non farci venire in mente facilmente di andarlo a vedere, dopo.
Solo ogni tanto, magari.

Dopo, il decorso è abbastanza standardizzato: serve tranquillità, meglio l’isolamento, disinfettanti alcolici in abbondanza (meglio non comprarli in farmacia).
Personalmente, vorrei non avere rompicoglioni intorno per un po’: mi agitano.

Il rischio di recidiva è altissimo, quasi certo direi. Anzi, tendenzialmente uno se lo augura.
Io ancora non so.
Di certo, adesso me ne manca un pezzo.
E non sono così sicuro di stare meglio.

SAMUELE BERSANI – COME DUE SOMARI

ROSENCRANTZ E GUILDENSTERN SONO VIVI

“Cos’è questo rumore?”
“Cosa hai sentito?”
“Non lo senti questo battito?”
“Tu lo senti?”
“Ma… la macchina sbanda a destra?”
“A te sembra?”
“Ti fermi a quell’autogrill?”
“Perché, vuoi un caffè?”
“Non è meglio controllare?”

“Hai visto che avevo ragione?”
“Non potevi dirmelo che si era bucata una gomma?”
“Ma non te ne sei accorto guidando?”
“E cosa credi che sia, un gommista?”
“Hai la ruota di scorta gonfia?”
“Come faccio a ricordarmelo?”
“Non avevi fatto fare la revisione il mese scorso?”
“E ti pare che faccio controllare tutto?”

“Lo sai che stai diventando rimbambito?”
“Perché?”
“Non lo vedi che stai mettendo il cric senza il supporto?”
“Vuoi farlo tu?”
“Ti sembra che io sia in grado di farlo?”
“E allora mi faresti la cortesia di tenere chiusa quella ciabatta?”
“E lo sai che oltre che rimbambito sei anche un maleducato?”
“E tu lo sai che se insisti io ti lascio qui?”

“Hai visto che il rimbambito l’ha cambiata la gomma?”
“E che vuoi, l’applauso?”
“Credi che da te mi aspetti altro che lamentele?”
“Quali lamentele?”
“Non te ne accorgi che ti lamenti sempre?”
“E non ti viene in mente che magari ho più di un valido motivo?”
“E credi che io non ne abbia, invece?”

“E da quando pensi di averne avuto abbastanza?”
“Credi che sia stato facile sopportarti in tutti questi anni?”
“Se non mi sopporti più perché non te ne vai?”
“Perché non te ne vai tu?”
“E tu come faresti a cavartela visto che ti sei abituata alla bella vita?”
“Ma con che coraggio parli di bella vita?”
“E’ comodo fare la signora con i soldi degli altri?”
“Quali altri?”

“Non penserai mica di dormire ancora a casa, adesso?”
“Credi che non abbia un altro posto dove stare?’”
“E tu credi che non lo sappia?”
“Sai tutte queste cose?”
“Pensi che sia cretina?”
“Allora facciamo domani mattina alle 11 dal mio avvocato?”
“Non è meglio anticipare alle 10?”

ANI DIFRANCO – KNUCKLE DOWN